Linea Cadorna
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Generale Luigi Cadorna

Il gen. Luigi Cadorna







Marchio Linea Cadorna








Villa Pfitzmajer, Varese

Villa Pfitzmajer, Varese



















Parte di mitragliatrice Villar Perosa-Revelli mod.1915

Parte di mitragliatrice
Villar Perosa-Revelli mod.1915




















Bozzetto per il ridotto di Cassano Valcuvia

Bozzetto per il ridotto
di Cassano Valcuvia





Pianta dell'osservatorio

Pianta dell'osservatorio





Particolare del bozzetto per la batteria  di Alpe Paci

Particolare del bozzetto
per la batteria
di Alpe Paci






Generale Luigi Cadorna

Gen. Cadorna

La storia
(testo a cura di Francesca Boldrini)

LINEA CADORNA è la denominazione ufficiale con la quale oggi si identifica il sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra l’estate del 1915 e la primavera del 1918, durante il primo conflitto mondiale, nel momento in cui si ebbe timore che, penetrando dai valichi alpini delle Alpi centrali svizzere, le truppe austro-tedesche potessero in breve tempo raggiungere ed occupare i centri nevralgici industriali ed economici del nostro paese.
La costruzione di questa linea, detta “Linea di difesa alla frontiera nord”, fu il compendio di quasi cinquant’anni di studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche.
Con l’attenuarsi dei rapporti di alleanza con Germania ed Austria e l’esplicarsi delle non più tanto celate simpatie germanofile dei superiori apparati militari svizzeri, il governo italiano si trovò a prendere in considerazione la possibilità di una probabile infiltrazione nemica attraverso il confine con la Svizzera.
A partire dal 1911 furono costruiti lo sbarramento di Gravellona Toce (fortificazioni sul Monte Orfano a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore) e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola.
Nel frattempo anche la Svizzera intensificò i lavori di fortificazione verso l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medeglia.
Lo scoppio della guerra, 23 luglio 1914, e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del Governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio.
Con l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria il 24 maggio 1915 e con la prospettata dichiarazione di belligeranza contro la Germania, il generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del 1914, ritenendo fondato il timore di una possibile invasione austro-tedesca, ordinò di avviare i lavori difensivi versa la frontiera svizzera, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto.
Per una migliore coordinazione delle attività cantieristiche venne istituito a Milano un Ufficio Tecnico staccato del Comando Supremo con succursale a Varese presso Villa Albertina e sedi periferiche ad Intra, Ghirla, Malnate, S.Fedele d’Intelvi, Tremezzo e Dervio.
Nel luglio del 1916 fu costituito un nuovo comando della 5ª Armata cui fu demandata la direzione dei lavori di difesa lungo il confine italo-svizzero e la predisposizione di piani di intervento in caso di attacco nemico. Il 17 gennaio 1917, mentre continuavano i lavori difensivi, fu istituito il Comando della Occupazione Avanzata Frontiera Nord (OAFN) per sovrintendere i lavori in atto, le forze militari già in loco ed organizzare una prima forma di resistenza. L’OAFN, nel marzo 1917, troverà sede a Varese, presso Villa Pfitzmajer. Sciolta nel successivo mese di luglio la 5ª Armata, il Comando dell’OAFN venne affidato, fino al maggio 1918, al generale Ettore Mambretti. Nella relazione di congedo Mambretti espone in sintesi la consistenza dei lavori difensivi eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva - Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni.”
Con la fine della guerra le fortificazioni verranno dismesse.
In anni successivi parte di queste strutture saranno riutilizzate per le esercitazioni militari e tutte quante inserite poi, negli anni trenta, nel progetto del Vallo Alpino, una immane linea difensiva che avrebbe dovuto rendere inviolabili i 1851 chilometri di confine dello Stato italiano, ma che, in realtà, non giunse mai a compimento.
Anche nel secondo conflitto mondiale la Linea Cadorna non fu mai interessata dalle operazioni belliche, esclusi due tratti, il Monte San Martino (VA) e l’Ossola (VB) e che per breve tempo, 19 settembre-15 novembre 1943 per il San Martino e 12- 21 ottobre 1944 per l’Ossola, furono utilizzati come basi partigiane del Gruppo “Cinque Giornate” agli ordini del ten. col. Carlo Croce e dei partigiani della “Repubblica dell’Ossola”.
Con il 4 aprile 1949 le fortificazioni italiane, non smantellate dal Trattato di pace del febbraio 1947, entrarono a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico, un piano che vedrà sminuita la sua importanza con la caduta del muro di Berlino, 9 novembre 1989, data con cui si può ritenere conclusa la storia della fortificazione italiana.

L’organizzazione del lavoro e il reclutamento della manodopera
I lavori di difesa furono diretti dal Genio Militare che li sovrintese attraverso gli ufficiali dipendenti dall’Ufficio Tecnico di Varese e furono realizzati, dall’estate del 1915 alla primavera del 1918, da reparti del Genio di cui facevano parte anche truppe di fanteria a riposo e civili militarizzati e da imprese private.
Reclutare manodopera in tutte le regioni italiane per la zona di guerra e per le retrovie, disciplinare il contratto di lavoro, coordinare l’esecutività della conseguente normativa, fu il compito che il Comando Supremo affidò ad un organismo appositamente istituito nel 1916, il Segretariato Generale per gli Affari Civili che si avvalse della collaborazione delle Prefetture, dei Comuni e dei Comandi dei Regi Carabinieri.
I requisiti per poter essere arruolati consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i certificati sanitari; nell’avere un’età non inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta; di essere muniti di indumenti ed oggetti personali.
Il contratto era diversificato a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.
Il contratto militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale.
Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra.
L’orario di lavoro prevedeva da 6 a 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana.
In conseguenza della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi di età inferiore ai 15 anni con mansioni di manovali, guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri, custodi ed addetti alle pulizie delle baracche.
Il reclutamento di manodopera femminile, definito con apposito contratto, aveva carattere locale per permettere alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Le donne venivano principalmente utilizzate come portatrici per il trasporto dei materiali, di qualsiasi genere, dai siti di raccolta ai luoghi di utilizzo, come cuciniere e come conduttrici di carri. Una superiore scolarizzazione consentiva ad alcune di trovare impiego presso gli uffici amministrativi dei cantieri stessi.
Tutto il personale venne dotato di un tesserino di riconoscimento con fotografia e dati anagrafici.

I cantieri
Ogni cantiere era diretto da un ufficiale del Genio che sovrintendeva tutti i lavori realizzati sia dai militari sia dall’impresa appaltatrice. Le squadre degli operai erano costituite ciascuna da una ventina di persone dirette da un caposquadra.
I cantieri erano strutturati secondo criteri di autonomia ed autosufficienza. Le requisizioni di attività artigianali esistenti sul territorio consentivano di sopperire a particolari necessità costruttive.
Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle risorse che vennero reperite nei territori circostanti i cantieri. Si aprirono cave di sabbia nei residui morenici frequenti sulle nostre montagne; si recuperò la ghiaia scavando negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci.
Esperti scalpellini seppero ricavare pietrame, lavorando i numerosi massi erratici disseminati nei boschi; squadre di boscaioli furono impegnate nel taglio di alberi, soprattutto castagni, per ottenere legname da opera.
Si adottarono ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque, sia sorgive sia meteoriche, per garantire un adeguato rifornimento idrico necessario non solo per i lavori edilizi in atto e per il personale addetto a tali lavori, ma anche in vista di una possibile futura frequentazione militare.
Nonostante gli accorgimenti adottati in termine di sicurezza, gli incidenti sul lavoro erano giornalieri e numerosi e coinvolgevano prevalentemente i minatori, quasi sempre con conseguenze molto gravi. Non mancarono decessi causati da complicanze sopraggiunte in seguito ad affezioni di vario genere.
I fondi circostanti i cantieri furono dichiarati ambiti militari e come tali soggetti a vincoli e divieti. Era proibito avvicinarsi alle costruzioni militari; eseguire schizzi, rilievi e fotografie; transitare per le strade militari. Il pascolo del bestiame, il taglio dell’erba e il taglio dei boschi richiedevano particolari autorizzazioni.
I primi lavori avviati nell’estate del 1915 riguardarono la viabilità: carrarecce, mulattiere, sentieri e piste. Trattandosi di strade a carattere tattico da costruirsi in zone montuose non si rendevano necessari particolari studi preventivi, ma si procedeva secondo il criterio della “costruzione speditiva”. L’ufficiale, dopo aver effettuato un sopralluogo in compagnia di persone del luogo, disponeva i dati del tracciato e avviava al lavoro le squadre degli operai. I terreni furono requisiti con occupazione immediata data l’urgenza dell’attività fortificatoria, senza tener conto del loro stato produttivo, motivo per rimostranze e risentimenti da parte dei proprietari. Le operazioni di risarcimento per le requisizioni effettuate si protrassero fino alla seconda metà degli anni Trenta.

Bibliografia

  • Massimo Ascoli, Flavio Russo, La difesa dell’arco alpino 1861-1940, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1999.
  • Antonello Biagini, Daniel Reichel, Italia e Svizzera durante la Triplice Alleanza, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1991.
  • Luigi Cadorna, Altre pagine sulla Grande Guerra, Mondadori. Milano, 1925.
  • Andrea Curami, Alessandro Massignani con il contributo di Tiziano Berté, Filippo Cappellano, Achille Rastelli, L’artiglieria italiana nella Grande Guerra, Gino Rossato, Novale (Vicenza), 1998.
  • Nevio Mantovan, Armi ed equipaggiamenti dell’esercito Italiano nella Grande Guerra, - Gino Rossato, Novale (Vicenza), 1997.
  • Matteo Ermacora, I minori al fronte della Grande Guerra. Lavoro e mobilità minorile, in Il Calendario del popolo, anno 60°, N.682, Milano, gennaio 2004.
  • Matteo Ermacora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Il Mulino, Bologna, 2005
  • Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio istruzioni e manovre, Istruzione sui lavori del campo di battaglia, Enrico Voghera, Roma, 1913.
  • Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Nozioni di fortificazione campale per le scuole allievi ufficiali di complemento, Tipografia del Senato, Roma,1932.
  • Mauro Minola, Beppe Ronco, Fortificazioni nell’arco alpino. L’evoluzione delle opere difensive tra XVIII e XX secolo, Priuli & Verlucca, Ivrea (To), 1998.
  • A.Romeo, Compendio di fortificazione, Tipografia Rattero, Torino, 1915.
  • Alberto Rovighi, Un secolo di relazioni militari tra Italia e Svizzera 1861-1961, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1987.
  • Giuseppe Scalera, Le strade ex militari sulle Alpi e nei territori di confine. Problema del riutilizzo di esse per la vita civile, in Rassegna dei Lavori Pubblici, N.12, Dicembre 1956
  • Varo Varanini, Luigi Cadorna, Paravia, Torino, 1935
  • AA.VV. La guerra, Voll.I e II, Edizioni Treves, Milano 1919


Fonti:

  • Archivio di Stato di Varese,
  • Archivio Comune di Brissago Valtravaglia,
  • Archivio di Stato Comune di Valganna
  • Biblioteca Civica Comune di Mezzago (Mi)-Archivio Luigi Brasca,
  • Esercito Italiano, Archivio III Reparto Infrastrutture - Milano.
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